Berg Alban

(1885-1935)

Schomberg o Berg usano codici diversi dalla tradizione e questo spiazza l’ascoltatore pigro, anche se preparato. Per avvicinarsi, bisogna mettersi in un’altra prospettiva, non aspettarsi conseguenzialità. Imparare a condividere con il compositore la rottura e la devianza degli schemi abituali.

Giuseppe Sinopoli su Berg – leggi di più…

PORTO SCHöNBERG TRA I MITI D’EGITTO. SFORZARSI DI CAPIRE IL NOVECENTO, E IL ROCK

Ieri con la filarmonica della scala ha diretto lo struggente addio di Mahler alla vita su sei liriche cinesi.
Direttore mahleriano da sempre, Sinopoli è anche sostenitore convinto del repertorio del novecento, da Strauss alla Scuola viennese.

Se viene poco eseguita è per una ragione semantica: Schönberg o Berg usano codici diversi dalla tradizione e questo spiazza l’ascoltatore pigro, anche se preparato. Per avvicinarsi, bisogna mettersi in un’altra prospettiva, non aspettarsi conseguenzialità. Imparare a condividere con il compositore la rottura e la devianza degli schemi abituali. Tutto ciò richiede uno sforzo, forse inferiore per i giovani, smaniosi per natura di trasgressione. Lo spirito del rock non è in fondo molto diverso. Anche se il rock offre forme di aggregazione e comunione dimenticate della musica colta. Il concerto rock è l’ultimo rito di questa società. Dopo la dispersione di comunismo e cattolicesimo.

 In Giappone?

Una tournee fantastica che mi ha fatto capire quanto sia importante per quel paese la musica. Nella solo Tokio ci sono 50 sale da concerto, 20 di queste spettacolari. La più bella del mondo è quella di Fukoa, dove è stato ricreato il Musikverein di Vienna in versione più grande con una acustica fantastica. Cose per noi da fantascienza. In Italia la musica sinfonica da tempo langue. Le orchestre che le eseguono non sono più di 5 (a Berlino ce ne sono 7). Ma il vero problema è un altro, l’educazione musicale di base. Ci sono ragazzi che escono dal liceo senza sapere chi era Beethoven o Verdi. Un retaggio della cultura della destra hegeliana che, tra i vari linguaggi artistici, considerava la musica il meno importante. Tanti anni sono passati da quando Gentile era ministro dell’Educazione, ma poco è stato fatto.

 

da Il Corriere della Sera

Sinopoli su Berg

Che cosa può significare Alban Berg, oggi, Sinopoli?
Rappresenta, in qualche modo, una via alternativa tra Mahler da una parte e dall’altra le nuove spinte, le nuove scuole della musica contemporanea che, dopo Darmstadt hanno preso a modello più Schoenberg e Webern che Berg. Se si voleva qualcosa non dico di più “espressivo” (l’espressione era tabù), ma di più vitale, allora si sceglieva Schoenbergerg. L’unica partitura che poteva avere qualche riferimento con Berg era Punkte di Stockausen, e non a caso. L’alternativa consiste in alcuni cammini che sono stati trascurati; si è idolatrato il materiale, l’oggettività della struttura; Berg propone invece, ancora, una fiducia totale nella capacità di esprimersi del soggetto. Esprimersi, in Berg, è una necessità. E oggi, questa necessità, la sentiamo di nuovo.

Ma, storicamente, che cosa è stato Berg?
Prendiamo i Tre pezzi per orchestra. Sembrano sospesi tra due momenti: uno, che è quello dello Jugendstil, e l’altro che è l’espressionismo. Il risultato è espressionista, ma il modo di operare è Jugendstil, Secessione. Polke, gavotte, valzer, sono frammenti, residui della società, della cultura, e vengono messi dentro a una specie di vortice, insieme a marce, marcette, militari e funebri, quasi un apparato fantasma dell’epidermide sociale absburgica, come oggetti, senza più valore.
Il vortice è la sfiducia totale in un mondo di valori definitivo: c’è la fiducia di potersi ancora esprimere, ma per constatare la scomparsa di tutti i valori. In Mahler sentiamo ancora la nostalgia per i valori perduti. Berg li dichiara scomparsi, ma senza nostalgia. Ciò che rimane è solo la volontà di esprimersi: una volontà che si fa urgenza, anche disperazione, ma non rinuncia mai all’espressione. Ecco perché questi piccoli valori che sono le musiche di consumo vengono aggrediti, disgregati, immessi nel vortice. Sono spazzatura, residui.

Nella scomparsa dei valori, dunque, la musica, l’arte, resta valore?

La musica resta valore, ma come rappresentazione di una perdita di valori. In Mahler questa rappresentazione non c’è: c’è la nostalgia, la sofferenza della perdita, Mahler vive la perdita. Berg la rappresenta, senza rimpianti, senza viverla più. Il gesto, quindi, è violentissimo, livido. Sotto questo aspetto, nell’uso di certi materiali, il punto di partenza è simile a quello di Stravisky.

La sfiducia, però, non sembra toccare i sistemi compositivi, che in Berg sono quasi ostentati.
In Berg c’è un bisogno quasi ingenuo di dipendenza. La devozione, al maestro, a Schoenberg, nasce da questo bisogno. I sistemi sono prigioni, limiti che circoscrivono questa dipendenza. Ha bisogno di qualcosa di esterno, di costrittivo, di certo, che chiuda, che definisca.

Un direttore, che è anche compositore, che cosa prova a dirigere Berg?
Entra in crisi. La dipendenza da un sistema sarebbe oggi salvezza, non dipendenza. Ma non è più possibile. In Berg c’è una profonda moralità. Il padre aveva un negozio di santini, di oggetti sacri. E in Berg c’è un pudore estremo per certe cose, per esempio nel linguaggio. Nel Wozzeck cambia il verbo originale di Buchner, “pisciare” in “tossire”. Poco importa che poi la risposta di Wozzeck non abbia più senso. Anche il finale è diverso, più “nobile”. È questa moralità che gli fa cercare la dipendenza. Il laido si può rappresentare solo nella prigione delle regole. Ma già la scelta dei temi da aggredire ubbidisce a questa moralità, alla prigione di questa moralità.

QUEL PROFETA DELL’ATTESA CHE SI CHIAMO’ ALBAN BERG.
Sinopoli: “ciò che è attuale in lui è la forte volontà di esprimersi”.
Di Dino Villatico

Sinopoli sulla memoria e su Brahms

Lei, una volta, parlò della musica come di “una questione di dettagli”.
È vero, il dettaglio è un momento che può passare inosservato, un momento anonimo per chi non lo vede, ma, per chi ha gli occhiali giusti, un momento focale che può gettare luci diverse e nuove prospettive su tutta la lettura. A me questo succede spessissimo con Brahms.

Non è tanto casuale che venga fuori Brahms…
Già, e non solo lui. La questione del dettaglio è quella della provvisorietà. Provvisorio è ciò che fugge, e io amo e scelgo proprio gli autori che perdono molto e quindi danno modo di ricordare. Allora Brahms, Schubert, Schumann, Bruckner, Berg… autori che si confrontano continuamente con la perdita, con ciò che sfugge a loro stessi, in definitiva con la morte. Se uno ha il senso della perdita, è forzatamente un compositore della memoria.

Ma lo spazio che resta alla composizione, in tal caso, è ridottissimo.
Infatti. Io credo che la musica duri un giorno: dopo Brahms è iniziato il tramonto, ora ci troviamo verso le undici e mezzo di sera. Non sarà una tragedia se poi verrà un altro giorno. Nel frattempo resta l’interpretazione… Cioè la memoria.

A parte la memoria, e i suoi autori, lei si è sempre opposto alla registrazione di pezzi facili. Perché?
Senza essere un puro folle, non amo i brani commerciali. È ovvio: ci si deve confrontare con il problema della pubblicizzazione, se non si resta a casa. Tuttavia credo che si possa avere un vero rispetto del pubblico fornendo prodotti seri fatti in modo serio. Scriabin non si vende come Beethoven. Ma se Scriabin viene eseguito in modo perfetto è un investimento: da un lato si fa fare un passo avanti al mercato, dall’altro si dà fiducia al pubblico.

Fonte sconosciuta.